Le minchiate di Leoluca Orlando

By on 28 giugno 2012
Leoluca Orlando

La legge prima e la Cassazione dopo, hanno reso incompatibili le cariche di sindaco e deputato. Una legge che vale per tutti ma non per Leoluca Orlando

Orlando dice di essere il re della trasparenza, il paladino della legalità e dell’anticasta. Finora Leoluca Orlando, per la quarta volta eletto sindaco di Palermo, è stato soltanto il re delle bugie.

Il 26 aprile di quest’anno, durante un intervento sul palco del Teatro Massimo di Palermo, Orlando disse testualmente: «Tra 15 giorni mi dimetto da parlamentare e da presidente di un’importante commissione, quella sugli errori sanitari. Mi dimetto e farò il sindaco». Parole che lo portarono alla vittoria storica – il suo quarto mandato è un record per il capoluogo siciliano – e lo fecero amare ancor di più dai palermitani che chiedevano una politica più onesta e trasparento dopo i dieci anni subìti con Diego Cammarata (a proposito: l’ex sindaco adesso è consulente senatoriale per i tagli agli enti locali).

Sono passati esattamente 64 giorni dal 26 aprile 2012; 45 invece dal giorno del ballottaggio che diede al sindaco di Palermo la città da amministrare. Ad oggi Orlando è sia sindaco che deputato che presidente di un’importante commissione. La trasparenza e la legalità valgono per chiunque – o dovrebbero valere, siamo in Italia dopo tutto – Leoluca Orlando invece è al di sopra della legge e della Consulta. Ma il portavoce Idv non molla. Il 4 maggio scorso, durante uno dei tanti comizi di chiusura della campagna elettorale, aveva ancora una volta puntualizzato le sue dimissioni: «fra tre giorni mi dimetterò da parlamentare, ma sarò sindaco di Palermo». Di giorni ne son passati 55, ma di dimissioni nemmeno l’ombra.

Certo, aveva la scusa del ballottaggio del 21 e 22. Per una settimana però il sindaco ripeté lo stesso mantra, fra tre giorni mi dimetto. Si arriva al ballottaggio, e una settimana dopo, il 31 maggio per essere esatti, Orlando dichiara di aver inviato una raccomandata alla Giunta della Camera con le dimissioni: «Ho spedito una raccomandata con ricevuta di ritorno alla Giunta della Camera con le dimissioni come dicono i termini della legge. Mi sono candidato per fare il sindaco di Palermo, ben sapendo che tale carica non è compatibile con quella di Deputato. Sono e sarò il Sindaco per i prossimi cinque anni».

Nel frattempo chi deve prendere il suo posto alla Camera inizia ad incazzarsi. «E’ da più di un mese sindaco di Palermo e non si è ancora dimesso da deputato come invece aveva solennemente annunciato in campagna elettorale e come dice ogni settimana da ormai più di un mese; un pessimo esempio per uno che si definisce – solo a parole – anticasta ed invece si comporta come il massimo esponente di una casta che bada solo al potere e al doppio stipendio. Inoltre, la legge gli imponeva di dimettersi e per non avere ottemperato la Camera ha iniziato qualche giorno fa una procedura di espulsione che si concluderà entro 30 giorni. Una pessima storia per uno che si definisce paladino della legalità» dice Giuseppe Vatinno, primo dei non eletti nella circoscrizione Lazio 1 Camera, che subentrerebbe ad Orlando.

La risposta di Orlando è in “termini di legge”: «Mi dimetto appena divento sindaco. Settimana prossima presumibilmente il Consiglio comunale verrà insediato: io giurerò, solo in quel momento per la legge siciliana, che è a Statuto speciale, si diventa sindaci. E mi dimetterò subito dopo». Era il 5 giugno, sono passati altri 23 giorni e le repetita iuvant di Orlando insospettiscono assai.

Insospettisce a tal punto che Linkiesta, in una delle sue uscite al vetriolo, punta tutto sul binomio Di Pietro-Orlando: “Orlando starebbe facendo tutto ciò perché spinto da Di Pietro, il quale avrebbe chiesto ad Orlando di rallentare”. Motivo? “Giuseppe Vatinno, non sarebbe più dell’Idv, ma oggi sarebbe con Rutelli“.

Apriti cielo! Orlando ancora una volta cerca di spiegare l’arcano: «Il giorno dopo la proclamazione io ho mandato una lettera al presidente della Giunta per le elezioni confermando le mie intenzioni di dimettermi dalla Camera e confermando che mi sarei dimesso il giorno del giuramento davanti al Consiglio comunale. Io sono già formalmente dimissionario».

La parola formalmente, senza documentazione a suffragio, non significa nulla. In lingua italiana – e non in tutte le lingue del mondo con le quali Orlando aveva giurato mesi fa che non si sarebbe mai candidato a sindaco – le dimissioni si firmano e devono essere accettate per essere formalizzate. E formalmente, citando quest’espressione ormai cara, Leoluca Orlando è parlamentare della Repubblica e sindaco di Palermo, cariche incompatibili per legge. Ma la legge, per Orlando, è solo un modo eufemistico per dire “son cavoli miei”.

Ps: per quei due-tre che non lo sanno, in dialetto siciliano minchiate significa bugie

About Giacomo Lagona

Si occupa di comunicazione politica sul web. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. @giacomo_lagona - www.thereport.it - g.lagona(at)lthereport.it