Sabba e Gli Incensurabili

By on 17 giugno 2012
Sabba e Gli Incensurabili 600 x 300

“Nessuno si senta offeso” è l’album della speranza per la produzione discografica italiana

Quando ogni facoltà cognitiva si rifiuta di accogliere nuovi input e segnali esterni, può voler dire solamente che l’assuefazione nauseante all’ipocrisia e alla falsità del quotidiano, atrocità che caratterizzano questi maledetti e diabolici tempi moderni, è giunta al limite della sopportazione. Ma c’è ancora una lontana speranza che qualcosa possa cambiare il corso della giornata: “Via Con me”, cover di Paolo Conte ripresa da Sabba e Gli Incensurabili in un video pubblicato su Youtube che un mio collega mi porta alla “cortese attenzione”. Non ho la benché minima idea di chi possano essere, mai sentiti prima: procedo all’ascolto.

Rimango ipnotizzata dall’ambient sonoro tinteggiato da sfumature rigorosamente partenopee, che accompagnano il linguaggio pop rock in cui incalza un ritmo deciso che apre e accompagna la singolare interpretazione di uno dei brani che hanno contribuito a fare la Storia della Musica Italiana del Novecento.

La prima sensazione è la volontà della band di portare una ri-lettura moderna ma intrisa di sonorità dall’ispirazione (o aspirazione?) folk: se la musica disegna il paesaggio onirico, è la voce del cantante a regalarne gli odori e le emozioni, tangibili con le mani del sentimento, puro e sincero.

Ecco cosa può dare una svolta positiva anche alla peggiore delle giornate: un sogno tradotto in versi e musica. Quindi mi prodigo a rintracciare i musicisti e a reperire il loro album perché trovare qualcosa di “vero” in questa maledetta “società dello spettacolo” è diventato ormai come un lontano miraggio in pieno deserto.

“Nessuno si senta offeso” – no, non parlo con voi! Se mi stessi rivolgendo alle produzioni che sono solita snobbare e tagliare perché banali, vuote di spirito e di contenuto, motivi per offendere ne avrei (eccome!) e sicuramente senza molte remore! – è il nome del primo album di Sabba e Gli Incensurabili per  BulbArtWork. Salvatore Lampitelli (voce, chitarra e kazoo), Alessandro Mormile (chitarra e cori), Alessandro Grossi (sax, flauto traverso, armonica, sequencer), Luca Costanzo (basso e cori), Francesco del Prete (batteria e percussioni) hanno messo in piedi davvero un bel progetto che gli è valso la vittoria  di Emergenza Indie (2011), Nano Contest (2011), Musica e Libertà (2011), Festival Pub Italia (2011): quando ci sono solide basi su cui edificare, il risultato è sempre eccellente.

Dieci tracce intelligenti, mai banali. Strutturate secondo la logica della narrazione di luoghi comuni ed elementi quotidiani, spesso dati per scontati o posti in secondo piano rispetto le futilità che catturano l’attenzione comune. Denuncia sociale? Anche, ma quella è una componente che a mio avviso passa in secondo piano rispetto l’energia espressiva di ogni singolo componente della band, pronto ad affermare il punto di vista soggettivo attraverso il proprio strumento nella musica d’insieme con superba abilità. Un coro che appare quasi la necessità di trovare uno spazio per “Essere”, e per contro “Dare” all’ascoltatore, e “Avere” riscontro.

Ad aprire l’album “L’emarginato”, un personaggio come tanti costretto ad alienare la propria identità e pronto a scendere a compromessi per integrarsi nella società in cui vuole solamente esser celebre: e la libertà è privilegio per pazzi che si trovano costretti a vivere in un mondo fittizio.

“Il brano in effetti ha proprio lo scopo di schernire la società della sopraffazione sugli altri, della competitività in tutto, della prevaricazione a qualsiasi costo, nonché la società dell’immagine, di come ci si deve presentare, la società che sforna in continuazione nuovi vip usa e getta creando sogni ed illusioni che in fin dei conti non hanno altro effetto che allontanarci da noi stessi e da ciò che per noi stessi è veramente importante, allontanarci in pratica dai nostri obiettivi. In questo caso il concetto è espresso tramite le “raccomandazioni classiche”, quelle del vestir bene, parlar bene, presentarsi in un certo modo… l’album ha un tema che accomuna tutti i pezzi, che è quello della ricerca di se stessi, dello star bene con se stessi, l’album è un po’ un monito a tutti noi nel ritrovare contatto con la realtà, ecco perché “L’emarginato”  – in quanto simbolo del risultato che si ottiene a cercare di essere qualcosa che qualcun’altro ci ha inculcato di dover diventare – non poteva che esserne apripista.” – commenta Sabba.

Passiamo alla seconda traccia: “Eva”, una donna i facili costumi che regala felicità ad un uomo che in fin dei conti accetta l’amara verità comportamentale della donna desiderata. Fino a che punto i sentimenti possono davvero accettare simili compromessi nei rapporti sentimentali?

“Questa è la canzone dell’amore incondizionato, è la canzone che spiattella una verità che per orgoglio in molti casi siamo costretti a nascondere, la verità che l’amore vero in qualche caso sa anteporre il desiderio di recuperare un rapporto con il proprio partner, all’orgoglio ferito. E’ una canzone leggera che con leggerezza porta in superficie una verità. Parliamo di un amore incondizionato che può essere visto con innocenza, l’innocenza di un innamorato che riesce a mettere da parte i continui tradimenti subiti, o con la furbizia dell’interesse economico che ancora lega chi non conosce amore ma ricerca solo ed esclusivamente il proprio interesse economico stabilendo rapporti con persone per le quali non prova realmente alcun sentimento. La molteplicità dei punti di vista dai quali è possibile guardare le canzoni non è propria solo di questo brano, ma un po’ di tutti, in effetti.”

“Ai margini della città” è l’analisi disincantata del contesto dal quale si vuole fuggire per trovare una dimensione consona al proprio essere e alla propria esistenza. Inevitabilmente e ironicamente non posso non pensare ad Aristofane con “Uccelli”, ma poi riflettendoci bene è facile trovarsi a immaginare un luogo migliore in cui poter vivere. Il mondo perfetto di Sabba come dovrebbe essere e da chi dovrebbe essere abitato?

Ai margini della città è la canzone dei luoghi comuni, parte da una serie di frasi che, nelle province come quella dalla quale veniamo noi, si ripetono ossequiosamente quasi per moda: Bisogna andar via, Fuori è tutto meglio, Via di qui avremo vita migliore. La canzone parte ironicamente da questo punto di vista qualunquista per sviluppare una morale molto semplice: non esistono spesso motivi concreti per cui il proprio paese debba offrire necessariamente – tutto sommato – meno servizi e/o opportunità di altri, ma non è neanche tanto questo il punto, quanto provare a stabilire che non è certo scappando – o comunque non necessariamente, ecco – dallapropria terra che salveremo o almeno aiuteremo la suddetta e chi ci vive. È la canzone dell’appartenenza e dell’orgoglio della propria terra, è in realtà un invito a cambiare le cose da dentro, con chi resta, con chi sceglie di non andar via, di restare ai margini della città, con chi non ha bisogno di sentirsi più fascinoso andando a vivere fuori per poterlo raccontare agli amici, è una canzone romantica, molto romantica, che si nasconde per timidezza dietro un punto di vista qualsiasi. Per rispondere dunque alla domanda dico semplicemente che il mondo ideale dovrebbe essere abitato dai buoni sentimenti, da comunità che riescano a sentirsi tali, in tutto, acquisendo reale coscienza di essere un gruppo di persone, provando a smetterla di considerarsi individui singoli ma vivendo con la coscienza di essere tutti parte di un grande gruppo nel quale ogni singola cosa può essere utile e piacevole per l’altro, una comunità virtuosa in quanto altruista.”

Procedendo con l’ascolto dell’album segue “Un’opinione stabile”, un brano i cui contenuti sono ben noti agli studi antropologici applicati all’uomo moderno: i limiti psicologici e mentali generati dalle etichette sociali. In che misura secondo te l’apparenza può coincidere con la realtà e fino a punto può essere davvero credibile?

“Eh, questa è invece la canzone delle etichette. Forse quella che preferisco, per come è abile a nascondere il suo senso vero. Ma prima di rischiare di dilungarmi ancora, cerco subito di tenere fermo il punto e rispondere sinteticamente: l’apparenza può coinciderecon la realtà in qualsiasi misura, in realtà siamo noi molto spesso a crearci limiti mentali affibbiando – all’apparenza o alla realtà – un’etichetta, una definizione unica, un’opinione stabile. Questa si che è una canzone d’amore (si, lo so che non parla d’amore, ma lo è), è una canzone che prende spunti in ogni dove per far si che il personaggio che racconta gli episodi trovi il coraggio di dire all’amata che è costretto a non saper definire i propri sentimenti in quanto ormai condizionato dall’abitudine comune ad etichettare – appunto – sentimenti e rapporti. È una canzone che ritiene importante liberare la mente da questa assurda idea di doversi fare sempre un’opinione su cose, rapporti e persone, per non precludersi mai la possibilità di scoprire sempre di più, di perfezionare continuamente le piccole sfumature di idee che siano sempre e secondo natura in continua mutazione ed arricchimento.”

“Il mio kazoo”, potrebbe sembrare un fedele compagno di viaggio quando invece potrebbe semplicemente rappresentare lo specchio che riflette fedelmente la trasposizione del Sé nella sua interezza. In un contesto dove risulta sempre più difficile accettarsi per quello che si è, quanto potrebbe risultare produttiva l’autoanalisi?

“Comincio a pensare che questo possa essere un disco psicologico, un disco da psicologi. Scherzo!  In realtà questa è l’apoteosi del doppio senso, banalizzato per ironizzare senza troppi fronzoli, come intento chiaro e fortemente ricercato. Si usa il kazoo per mandare due messaggi in uno: il tema portante è in realtà – come si scopre nel finale del brano – l’omosessualità, che è diventato un tabù che si è rovesciato, ora che sembra che ci si possa civilmente considerare pronti – a parte qualche assurdo caso – non ad accettare ma a comprendere la normalità di una sessualità che non sia – come ci si vorrebbe far pensare  – “canonica”, è quasi di moda pronunciarsi maturi nel comprendere chi ha desideri sessuali diversi, nel comprendere la diversità, di moda addirittura dirsi amici di un gay, di una lesbica, di un bisessuale. Beh, la canzone vuole, ed ecco il concetto che supporta il tema portante del brano e che, come dicevo inizialmente, caratterizza tutti i brani, con la figura di questo musicista “non canonico”, suonatore di kazoo a confronto con un chitarrista di bell’aspetto, dimostrare quanto si possa inseguire l’idea di avere un’immagine comunemente accettata e riconosciuta come “bella” senza saperla impersonare appropriatamente, consigliando alla fine di restare come si è, orgogliosamente, senza ostentare una natura che non ci appartiene, né tantomeno la nostra. “Il mio kazoo” ci chiede di essere, nient’altro. Né di essere questo, né quello, né così, né colì, ci chiede soltanto di manifestarci, semplicemente, banalmente.”

E poi c’è “La strada percorrere”, quella che vede impiegate le nostre energie per una vita intera. Ma è quella che davvero ci rende felici e soddisfatti? Dipende sempre dalle aspettative che si hanno e dal potenziale. Sabba e Gli Incensurabili in questo lavoro hanno dimostrato di avere in mano il biglietto per  Il treno del successo”.  È solo una questione di pazienza. “Benedetta Pazienza”, aggiungerei. Singolo di lancio dell’album che porta a fare i conti con i grandi paradossi della vita.

“La strada da percorrere manifesto del mio amore incondizionato per la musica, fin da piccolo, aldilà di qualsiasi diversivo che possa essere adottato per interessi economici. È la canzone di un amore che vuole l’esclusiva, l’ amore per un balcone senza vista, una casa in mezzo al mare dove il mare non si vede mai, l’amore per qualcosa che ti fa star bene anche quando ti fa male. Per collegarmi alla domanda ti rispondo che in realtà quando mi chiedono come mai non sono famoso rispondo: Ah, si? Non sono famoso? E perché mai? Come a dire che in realtà la Musica non è a mio avviso un qualcosa che deve portarci alla ribalta sul mercato come in televisione, siamo famosi con la Musica nel momento stesso nel quale ci sentiamo soddisfatti quando suoniamo, quando creiamo, quando viviamo nella Musica, tra le sue braccia, quella per me è la vera celebrità, il vero obiettivo da raggiungere, sentirsi soddisfatti non con la Musica, ma tra la Musica. Il treno del successo schernisce chi ha rubato la poesia a questa cosa bellissima, creando l’illusione del talent show. Anche qui l’evidentissimo doppio senso che sarebbe superfluo spiegare o giustificare, non avendo tra l’altro bisogno di alcuna giustificazione o spiegazione. Benedetta Pazienza secondo molti è il nostro biglietto da visita, la canzone più incensurabile. Beh forse lo è, non lo so, di sicuro è la canzone che ho scritto quando stavo più incazzato, e credo seriamente di riuscire a sfornare cose di cui posso ritenermi sinceramente soddisfatto quando – per citare i grandissimi Napoli Centrale “sto ‘ngazzate nire – sto incazzato nero”

“Che casino là fuori” è la critica che Sabba e Gli Incensurabili muovono dei confronti di chi smuove finte rivoluzioni fini a sé stesse. In cosa si concretizza dunque la sostanziale differenza tra le azioni futili da quelle concrete ed efficaci, e la Musica quanto può essere determinante per sollecitare il pensiero al cambiamento.

“Due domande in una. Alla prima ti rispondo che in questo caso la critica è un monito da un lato e uno sprono dall’altro, indirizzati senza dubbio alla gioventù moderna che si soddisfa con qualche frase ad effetto tramite i nuovi social network, col consenso virtuale, et les jeux sont fait. È un monito perché in effetti per quanto la rete abbia unito le comunità intorno ai disagi e abbia potenziato l’informazione, rischia di allontanare i giovani dalla realtà, dalla piazza, dalla socialità reale, dalle armi reali tramite le quali un popolo può davvero ottenere risarcimento dalle bugie e dalla cattiva amministrazione delle proprie vite. Che casino là fuori nello schernire questa gente, la invita al contempo a fare qualcosa di concreto per ottenere i propri interessi, cercando di non cadere nella trappola del consenso virtuale della rete dei social network. Alla seconda domanda ti rispondo che la Musica può avere certamente valenza sociale, può fungere da monito, ma non deve necessariamente – a mio avviso – ridursi solo a questo. Nel nostro album abbiamo canzoni più propriamente sociali e di denuncia, ma anche canzoni più leggere, che attraversano i temi più disparati. Non credo che la Musica abbia un compito o una missione specifica, la Musica è un mondo infinito da assaporare tutto, anche se noi musicisti saremo sempre in debito con lei, se non altro perché lei conoscerà noi ma noi non conosceremo mai a fondo Lei.”

Il risultato finale di  “Nessuno si senta offeso”  è assolutamente soddisfacente, entusiasmante sia nella stesura dei testi che negli arrangiamenti: sebbene rievochino sonorità jazz, blues, soul e surf che trascinano con sé l’ombra della cultura musicale della loro terra d’origine, riescono ad affermarsi nel cantautorato indi rock contemporaneo italiano, generando il loro personale e singolare marchio di fabbrica che definirei “Musica Incensurabile”.

Sabba e Gli Incensurabili sono la riprova che è rimasto qualcuno con forte identità nel panorama musicale nazionale, capace di esprimere idee, pensieri e sentimenti in versi e musica senza risultare il clone di qualcuno che ha già dato nel il suo tempo.

About Debora Borgese

Artista, cantante, scrittrice e speaker radiofonica per passione e per professione. Vive d'arte e di spettacolo.