Bersani parla da futuro premier

By on 19 luglio 2012
Bersani assemblea Pd

Il segretario del Pd al Corriere spiega come fare meglio di Monti, liquidare Grillo e cambiare la Costituzione con Casini

È un segretario che ostenta sicumera, il Bersani intervistato da Aldo Cazzullo sulle colonne del Corriere della Sera di oggi. Forse il numero 1 del Partito Democratico vuole cercare di far dimenticare la rissa scoppiata all’Assemblea Nazionale del Pd lo scorso 14 luglio, o forse è solo un candidato che cerca di scaldare i muscoli in vista delle primarie promesse.
Che si parli di economia o di politica, di Renzi o di Vendola, di gay o immigrati, Bersani spiega, chiarisce, annuncia e rassicura senza apparenti balbettii, quasi a voler dire che il Pd sarà pure in stato confusionale, ma lui no, lui. E quando confida che «per fronteggiare la recessione saprei anche dove mettere le risorse», sembra quasi echeggiare lo spirito di una sorta di “ghe pensi mi” all’emiliana da presidenzialismo pragmatico, ma anche ansioso di prendere il potere. Lui, il presidente democratico, il presiDem, infatti non si fa pregare e snocciola la sua ricetta per uscire dalla crisi: basta puntare sugli «investimenti che portano subito lavoro e innovazione: ossigeno agli enti locali per le piccole opere, casa, efficienza energetica, agenda digitale». Facile. Basta affidare tutto a una squadra di giovani ministri nuovi di zecca, «a parte alcuni presìdi essenziali di esperienza», s’intende. Altrimenti i vecchi pluriministri ed ex premier come le formiche, nel loro piccolo s’incazzano. Largo ai giovani, dunque, ma tutta «gente che ha già fatto esperienza amministrativa», mica delle Minetti qualunque. Ma sempre agli ordini di un sessantenne che alla fine fanno tanto governo del papi.
Quanto all’attuale governo, Bersani sembra più freddino: «Monti intanto va ringraziato per aver preso in mano un Paese sull’orlo del precipizio. Fa i suoi errori, come tutti. Io gli sono leale; anche per questo credo di aver diritto di segnalarli». E poi bacchetta cortese e saccentino: «Chiedo di essere ascoltato, come quando lanciai l’allarme sugli esodati. A volte possiamo dare una mano a evitare guai». Ah se ci fosse il presidem a Palazzo Chigi!
Dopo Monti, il segretario del Pd spera ti tornare alla vecchia contesa centrosinistra Vs. centrodestra. Un passo indietro per farne due in avanti. E se il centrodestra del 2013 sarà ancora Berlusconi, Bersani serafico: «Vorrei tranquillizzare tutti: Berlusconi non vincerà. Né vogliamo passare mesi a pane e Berlusconi, con le sue donne e i suoi processi. L’Italia ha altri problemi». Ma anche il Pd a problemi non scherza. Sulle primarie per esempio. Annunciate a inizio giugno, ancora non si sa quando e come di faranno. L’ultima Assemblea Nazionale sembrava destinata a stabilire un minimo di regolamento, invece non se n’è fatto nulla. Bersani allora detta le sue volontà a Cazzullo «Io voglio le primarie. Le voglio di coalizione: partiti, associazioni. Benché sia il candidato statutario del Pd, non pretendo di essere il candidato esclusivo. La data non la decidiamo da soli. Immagino che non sarà né troppo lontana né troppo vicina al voto: diciamo entro fine anno». Bersani ha deciso: deciderà in futuro.
Tra l’oggi e le primarie e poi le politiche ci sono un pugno di incognite che il Corriere ricorda a Bersani hanno nomi e cognomi ben precisi. Nichi Vendola a sinistra tentato dall’idea di boicottare le primarie; Pier Ferdinando Casini a destra sembra pronto a sedersi con Bersani, ma un po’ meno con altri potenziali alleati del Pd; Matteo Renzi nel partito sempre temibile e agguerrito; Beppe Grillo che trasversalmente sembra pronto a infliggere botte da orbi. E Bersani non si scompone: «Sono sicuro che Vendola sarà dentro», dice, mentre per Casini bisogna aspettare di capire quale legge elettorale permetterà «un patto di legislatura, per salvare il Paese e riformare la Costituzione senza stravolgerla». Ad ogni modo, gongola, «quando lanciai, due anni fa, un’alleanza tra progressisti e moderati, mi guardavano come se fosse lunare. Invece ci avevo visto». Lungimirante come pochi! Infine Renzi è bollato come persona che non vuole bene al Pd, mentre Grillo è liquidato come volgare populismo da esorcizzare trasformando le prossime elezioni in «una scelta di civiltà». Nientemeno. E giù un’altra promessa da presidem: «Se farò un governo io, la sua prima norma riguarderà il diritto dei figli di immigrati nati qui e che studiano qui in Italia a chiamarsi finalmente italiani». Non solo. Sulle nomine pubbliche Bersani è pronto a replicare il modello Rai per cui il Pd segnala i nomi decisi dalle associazioni amiche. «Dove è possibile – spiega il segretario – sostituiamo al controllo politico quello sociale, partecipativo, democratico. Decidano i cittadini, gli utenti».
Come nel Nerone di Petrolini, manca solo la folla che risponde “bravo!”, ma finora il Pd non sembra aver dato l’idea di una macchina affidabile per le ambizioni e i disegni politici del suo segretario. Ma per Bersani tanto peggio, tanto meglio, perché per lui la verità è che il Pd il 14 luglio ha dimostrato di essere «l’unico partito che discute sul serio. Non sempre i modi di discutere mi piacciono. Ho visto forzature e personalismi. La chiudo lì: noi proponiamo le unioni gay, nei dintorni della soluzione tedesca». Così parlò l’uomo nei dintorni di un leader.

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