
Nessuno si sarebbe aspettato una serata in cui il giallo esiste e persiste. L’edizione scorsa di Etna in Giallo ha visto alcuni tra i migliori giallisti siculi parlare di storie inventate o di storie realmente accadute. Ma Domenico Seminerio, autore calatino, è riuscito ad unire entrambe le cose.
Un racconto dove fantasia e realtà si uniscono contribuendo alla realizzazione di una storia avvincente e che lascia dubbio e/o certezze.
Nella magnifica location del Parco Ai Pini a Nicolosi, la serata del 4 agosto ha visto, come da palinsesto per Stelle&Lapilli2012, Domenico Seminerio, Salvo Fallica , Marisa Mazzaglia e Salvina Gemmellaro. Il dibattito ha preso vita perchè animato dalla voglia di conoscenza, l’argomento per quanto riguardi uno dei più grandi, se non il più grande, autore del 500, ovvero William Shakespeare, ha subito incuriosito e affascinato. L’ interpretazione di Salvina Gemmellaro sulle pagine di Seminerio ci ha trasportato sulla soglia che esiste tra fantasia e realtà.
Ma chi è Domenico Seminerio?
È un ex professore di liceo, insegnava latino ed italiano, è un uomo con la passione della scrittura che un bel giorno mette giù la sua prima storia “Senza Re nel Regno” , romanzo edito da Sellerio che lo consacra a livello nazionale. I critici per la prima volta hanno attribuito, ad un autore siculo, un appartenenza verghiana più che sciasciana.
È un uomo curioso e in cerca della verità, o comunque di una quasi certezza. Proprio la sua curiosità lo ha portato a ricercare, basandosi sulle ricerche di un noto professore di Ispica , Martino Juvara, altri indizi sulla nazionalità di Shakespeare.
Prima di addentrarci nel racconto, Seminerio ha comunicato una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2009, ovvero Shakespeare è il prestanome del Conte De Vere, 17° Conte di Oxford. Da qui il film Anonymus. Questa testi è stata ampliamente contestata, poichè, a rigor di logica, il Conte De Vere è morto nel 1604 e le opere maggiori di Shakespeare sono state redatte dopo il 1604.
Ma quali sono gli indizi trovati da Juvara? Vari, pieni di significati e analogie .
Bisogna fare una brevissima introduzione della vita di Shakespeare. Egli è nato, è vissuto ed è morto. Si sa che era figlio di un guantaio, che all’età di 11 anni lasciò la scuola, che si sposò giovane e poi si recò a Londra a cercare fortuna. Il suo primo approccio con il teatro fu dato dal suo primo impiego. Posteggiatore dei cavalli dei nobili che si recavano a teatro.
Stranamente iniziò a scrivere e scrivere, e nelle sue opere ciò che affascina sono le conoscenze di greco, latino, astronomia, legislazione, e di tutto lo scibile umano. come può avere una tale conoscenza se ha lasciasto la scuola appena undicenne?
Di altro non sappiamo nulla, di Shakespeare non abbiamo nessun rigo-autografo, nessuna pagina scritta da lui. Le sue opere sono state pubblicate sette anni dopo la sua morte, mettendo insieme i copioni, le parti che divideva agli attori. Non c’è un rigo scritto da lui, ma vari studiosi si sono posti varie domande a cui non esiste una risposta univoca.
Gli indizi di Juvara portano ad uno spostamento di ottica su chi era realmente Shakespeare. Questi indizi più altri sono contenuti nel romanzo, ma Seminerio ci ha fornito qualche spiegazione storica.
“Con la pubblicazione del mio romanzo” ci spiega Seminerio “sono venuti fuori altri indizi, trovati all’università di Padova e di Catania.
All’università di Catania, il professor Bellomo ha trovato che alla fine dell’800 un professoe tedesco aveva studiato i nomi e le nazionalità degli alunni iscritti a Padova alla fine del 500. Tra gli alunni di origine danese aveva trovato ben due nomi, Rosencrantz e Guildenstern, che sono i due nomi che compaiono nell’Amleto. Ora come faceva il figlio ignorante di un guantaio a conoscere i due studenti danesi che hanno studiato a Padova e a riportare fedelmente i loro nomi?
C’è di più, un professore americano studiando “Il Mercante di Venezia” ha trovato che Shakespeare ha una conoscenza profonda della legislazione Veneziana della fine del 500. Conoscenza che nessun inglese poteva avere perché la legislazione inglese di fine 500 era totalmente differente da quella veneziana. Ne “Il Mercante di Venezia” è riportato esattamente quello che era il sistema legale di Venezia alla fine del 500. Come fa il figlio ignorante di un guantaio a conoscere cosi profondamente la legislazione veneziana?
Inoltre nella figura del “Prof. Bellario”, presente nella commedia, il professore ha riconosciuto un insegnante realmente esistito a Padova, che era Ottonello Di Scalzio, personaggio molto famoso a Padova alla fine del 500 e nell’’ ambiente legale e legislativo nella repubblica di Venezia” continua a spiegare Seminerio.
“Su queste cose, più una serie di indizi, che sono presenti nel mio romanzo, siamo alla ipotesi finale, e cioè che Shakespeare si chiamasse Michelangelo Florio, figlio di Giovanni Florio, di religione calvinista. A causa della religione dovettero scappare in un paesino del Nord, Tresivio. Abitò in una casa che nel dialetto locale viene chiamata “cad’ hotel”, che vuol dire “casa di Otello”, singolare sono le cronache locali, dicevano che un militare della repubblica di Venezia che viveva in quella casa aveva ucciso sua moglie che si chiamava Desiderata, in dialetto “Desdemona” forse proprio da questa strana combinazione è nato l’Otello.
“Il padre si chiamava Giovanni Florio, ma la cosa curiosa risiede nel nome della madre. Si chiamava Guglielma Crollalanza, che tradotto in inglese diviene William Shake-speare. Si ha ragione di credere che abbia assunto come pseudonimo il nome della madre in un momento in cui in Inghilterra c’era una certa fronda contro gli stranieri, incolpati di essere untori per la pestilenza” continua Seminerio.
“Il suo procugino era il famoso John Florio, professore dell’università di Oxford ,dove aveva insegnato pure il famoso filosofo nolano Giordano Bruno, che nel periodo in cui si trovava a Venezia aveva fatto la conoscenza del giovane Michelangelo Florio. Fu allora che Giordano Bruno gli consigliò di andare in Inghilterra dal procugino.
John Florio lo accolse, lo introdusse negli ambienti giusti e lo mise sotto la protezione del conte di Pembroke, da li si perdono le sue tracce. Improvvisamente viene fuori William Shakespeare. Però una traccia di Michelangelo Florio c’è, l’ha lasciata. In un elenco della società segreta dei “Rosa Croce” a Londra, risulta registrato un certo Michelangelo Florio.
Suddetta società, segretissima, raccoglieva le migliori intelligenze europee. A che titolo un fuoriuscito italiano era entrato nei Rosa Croce? Evidentemente aveva dato prove del suo valore con altro nome. Solo che bisognava registrarsi con il nome di battesimo. Questo è un ulteriore indizio”.
Su questa ipotesi e questo spaccato storico cinquecentesco si apre la storia di Gregorio Perdipane, un uomo che era in possesso di un libriccino antichissimo, chiuso in una scatola e custodito gelosamente, ma stranamente sparito. Il libriccino era la prova inconfutabile di ciò che era. La paura di non essere creduto, di non essere ascoltato non aveva vinto. Rivolgendosi all’autore era riuscito a far si che la storia venisse ascoltata e tramandata nei tenmpi “Un romanzo dev’essere, non un opera storica”.
L’innegabile bravura e maestria di questo autore siculo risiede nel raccontare una storia, un romanzo nel romanzo, prendendo spunto un pò dalla fantasia un pò dalla realtà.
A sollevare, ulteriormente, il dubbio su questo Shakespeare siculo una giornalista presente, amica dell’autore, che ha raccontato un curioso aneddoto che l’ha vista protagonista e ricercatrice. Dopo aver letto “Il manoscritto di Shakespeare” sotto consiglio dello stesso Seminerio si è recata a Cefalù, al museo Mandralisca. Tra le varie opere vi è il “Ritratto d’uomo” di Antonello Da Messina.
Dopo l’iniziale emozione per l’aver visto un ritratto di cosi tale bellezza la sua attenzione si è rivolta alla fisiognomica. Osservando il suddetto ritratto e paragonandolo al ritratto del giovane Shakespeare ciò che salta all’occhio sono i tratti del viso. La fisiognomica sicula del 500 era quasi omogenea, anche oggi i tratti somatici dei siculi sono molto simili. Osservando i due ritratti si nota come il viso di Shakespeare può essere un viso siculo.
Dubbi o certezze? La verità è ancora lontana, ma voglia di arrivare ad una verità assoluta risiede in molti.
Altro libro di grande interesse è “Il Cammello e la Corda” narra la storia di Padre Salvatore, prete ligio e conformista, è tormentato dalla tentazione che si incarna in Minuzza, giovane vedova bianca. Nello stesso tempo la tentazione prende un’altra veste. Durante una partita di caccia, il parroco scopre, in una grotta sepolta, le statue conturbanti che ornavano un giardino di Venere con tutte le pose dell’amore carnale. Come in archetipi immortali, la grazia e l’eros vitali esplodono nella loro divina bellezza: una minaccia, agli occhi del prete, ancora più insidiosa di Minuzza.
Una storia che riprende le antichità nostrane, ripercorrendo le devastazioni dei templi, il peccato, e il dubbio di dire o meno ciò che si è scoperto.
La serata ha incuriosito molto e sul finire, il discorso si è diretto sul ruolo della donna sicula nei romanzi di Seminerio. “La figura femminile siciliana. Qual’ è la figura della donna nella letteratura di Seminerio ?” alla domanda di Salvo Fallica la risposta di Seminerio ha riproposto uno spaccato tradizionale siculo.
“La mia metà esatta” dice Seminerio “l’elemento femminile, il ruolo della donna in Sicilia. A tal proposito ho pubblicato un testo dove rilevavo con tono polemico che in reltà il ruolo della donna in Sicilia è molto più importante di quello che i media voglio farci sapere. Le donne di mafia che piangono nelle fiction, ci saranno, la realtà sostanziale è che la Sicilia vive un matriarcato nascosto e legato ma fortissimo, le donne costituiscono l’essenza dell’animo siciliano, per il semplice motivo che alle donne è demandata l’educazione dei figli, maschi e femmine. Il padre il figlio lo vede la sere dopo un giorno di lavoro, in una funzione distorta dalle “minacce” post marachella della madre– hai fatto questo appena arriva tuo padre glielo racconto- il timore verso il padre, che stanco dal lavoro, ascolta i racconti-lamentele sulle monellerie del figlio, e poi arriva la sentenza che chiedere il perchè, uno schiaffo, una sculacciata, un rimprovero più duro, tutto ciò dava agli occhio dei ragazzi una figura paterna temibile” continua Seminerio ”L’educazione dei figli è nelle mani della donna, ed è la donna che in certe aree insegna il figlio a fare l’uomo. La donna è la governante occulta che nega il suo ruolo e che decide su tutto. All’apparenza il potere di casa è nelle mani dell’uomo, effettivamente è nelle mani delle donne, le quali hanno una responsabilità grandissima”. conclude Seminerio “Care donne vedete che se le cose vanno come vanno non sempre è colpa esclusiva degli uomini, perché alle donne basta poco per correggere, l’uomo non ci riesce quasi mai” continua “L’elemento femminile nei miei romanzi mi sono sforzato di rappresentarlo nella “verità effettuale” come dice Machiavelli. Ciò può scatenare qualche polemica ma penso che uno scrittore, quando decide di farlo, deve riportare la realtà, la verità, non il vero manzoniano ma la sincerità”.
Tra letteratura e storia, immersi nella cultura più viva, la memoria di un grande autore del 500, la bravura di un autore odierno hanno creato un atmosfera unica e irripetibile.
Il prossimo appuntamento di Etna in Giallo vedrà come ospite Nino Frassica. Vi aspettiamo in molti la sera del 19 agosto a Nicolosi, per stare in contatto con la natura e navigare sulle onde della cultura.
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