
Mitt Romney ha preso tutti in contropiede scegliendo il suo vice per la Casa Bianca ad un mese dalla Convention di Tampa. E non si tratta di uno degli esponenti di spicco – e quindi con un pedigree notevole – in seno al Gop, tutt’altro: ha scelto il rampante Paul Ryan, giovane leone amato dal Tea Party per la sua intraprendenza politica che lo ha fatto risalire ai vertici del Congresso fino ad occupare la poltrona di capo ufficioso degli economisti repubblicani.
I finalisti in realtà erano rimasti due: Eric Cantor, capo della maggioranza alla Camera, e, appunto, Ryan. Mitt Romney ha deciso per quest’ultimo andando incontro a tutta una serie di inconvenienti che lo porteranno a scontrarsi con i moderati del suo partito, e inevitabilmente ad uno scontro pieno di colpi bassi con l’amministrazione Obama. L’ex governatore del Massachusetts ha scelto il 42enne deputato del Wisconsin per due motivi principali: il primo perché era costretto a dare spazio all’ultra destra e quindi potenziare il suo spazio all’interno del Tea Party; il secondo motivo è molto più materiale ma, soprattutto in America, talmente importante da non poter essere preso sottogamba: Eric Cantor è ebreo, ed una coppia presidenziale formata da un presidente mormone e il suo vice ebreo, non sarebbe stata politicamente accettata nemmeno dai moderati conservatori. Rimaneva quindi Paul Ryan, il cattolico che potrebbe riuscire a mobilitare la base della destra in un’ottica di voto soprattutto nel Midwest e l’Ohio, Stati chiave per l’elezione del nuovo inquilino di Pennsylvania Avenue.
Questa scelta però ha i suoi punti deboli. Intanto perché sposta le attrattive centriste di Romney a destra, con la conseguenza che potrebbe – ma è solo una supposizione – fare recuperare a Obama le posizioni al centro perse in questi quattro anni; secondariamente, riconquistando gli ultra conservatori perderebbe gli indipendenti e gli indecisi, e tutti sanno che saranno proprio loro a decidere queste presidenziali. Non solo: quando Ryan ha presentato il suo piano di bilancio, anche la Chiesa Cattolica americana si era schierata contro, e perdere parte dell’elettorato cattolico diventerebbe una debacle degna del peggior McCain quando scelse Sarah Palin come sua vice.
Ryan è controverso, molto controverso. In chiave politica si è visto il suo modo di ragionare quando presentò un piano di bilancio talmente radicale che addirittura 38 deputati repubblicani votarono contro nella sua prima stesura del 2010. L’anno dopo lo ripresentò sfumato in alcuni punti passando alla Camera, a maggioranza repubblicana, ma venne bocciata dal Senato democratico. Quest’anno, in chiave propagandistica, lo ha ripresentato – anche se tecnicamente inutile – in un’era di polarizzazione favorevole al candidato Mitt Romney.
Il piano Ryan chiede la privatizzazione dell’assistenza sanitaria per gli anziani, il cosiddetto ”Medicare” che copre l’assistenza medica agli anziani con un assegno che possono utilizzare scegliendo sia la cura che il medico, con un sistema a “ricette” molto elaborato burocraticamente e osteggiato dall’elettorato anziano di destra e di sinistra. L’anziano americano preferisce appoggiarsi all’ospedale più vicino piuttosto che andare dal medico di base per farsi scrivere la ricetta con il tipo di cura di cui ha bisogno. La burocrazia, negli Stati Uniti come in tutto il mondo, non è mai ben vista dal basso ceto sociale. Inoltre, il pareggio di bilancio si sarebbe visto solamente nel 2035, troppo per i canoni americani. Per quanto riguarda il sistema fiscale, il piano Ryan prevede un’aliquota fissa del 10% fino a 100mila dollari e del 25% per il restante reddito. Ryan vuole abolire tutte le deduzioni, inclusa quella sugli interessi per i mutui immobiliari: la pietra miliare del sistema economico americano.
La scelta di Paul Ryan alla vice presidenza rivitalizzerà la campagna Romney, ma il rischio è di dare a Obama il centro tanto cullato dal candidato repubblicano in questi mesi di primarie. E anche se l’America è fondamentalmente capitalista con forte contrarietà allo statalismo più o meno puro, questa virata a destra dopo aver sconfitto ii falchi della destra repubblicana, fanno di Romney un candidato più incline ai giochi della politica che alle vere necessità del Paese. E questo, in termini di voti e credibilità, nel medio termine – cioè al 6 novembre – potrebbe nuocere molto più di quanto lo stesso candidato potrebbe sospettare. Da qui, analiticamente, la scelta di dichiarare il nome del vice con largo anticipo rispetto alla convention di Tampa in cui si formalizzerà la candidatura alla Casa Bianca di Mitt Romney. Il bostoniano ha tempo quasi un mese per far diventare la debolezza del vice in un punto di forza, e giocare d’anticipo probabilmente è l’arma migliore che ha in mano. Se sarà utile.
Tag Convention Gop, Obama, Paul Ryan, Romney, Usa 2012
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