La trattativa tra Stato e Mafia c’è stata

By on 21 giugno 2012
L'ex ministro degli Interni Giovanni Conso

La trattativa tra Stato e Mafia c’è stata. L’ex direttore delle carceri, Nicolò Amato, inchioda i massimi vertici istituzionali dell’epoca con un memoriale consegnato alla commissione Antimafia citando fatti, nomi e date

E così la trattativa tra Stato e Mafia per scongiurare altre stragi di Capaci e via D’Amelio c’è stata. A dirlo, in un memoriale consegnato alla commissione Antimafia, è l’ex direttore del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) Nicolò Amato nel quale accusa i massimi vertici istituzionali di aver ammorbidito il carcere duro per compiacere i boss ed evitare una nuova strategia del terrore.

Dieci pagine di nomi, date, fatti. Dieci pagine che fanno un po’ di luce nell’intricato alveolo di denunce e smentite tra lo Stato (Quirinale e Viminale), l’Antistato (la Mafia) e i garanti dello Stato (Amato, l’ultimo) negli anni tristi delle stragi del biennio 1992-93: gli anni degli omicidi Falcone-Borsellino e le bombe di Roma, Firenze e Milano. E Amato fa una precisa accusa: «Sono stato cacciato per la mia strategia sul carcere duro».

Lo racconta lo stesso Amato all’AdnKronos. «Cosa nostra ha esercitato sullo Stato una illecita pressione, basata sulla commissione di stragi e sulla implicita minaccia di commetterne altre». Spiega che dopo Capaci fu lui a riaprire le carceri di Pianosa e Asinara per metterci i boss, e fu lui a trasferire nelle isole di tutti i mafiosi, tranne una cinquantina di boss costretti a cambiare cella per volontà del ministro degli Interni Claudio Martelli intenzionato a dare un segnale dopo la morte di Borsellino («la decisione venne però sempre presa da me insieme al direttore dell’Ucciardone»). E fu sempre Amato a insistere con Martelli di non togliere il carcere duro a 532 mafiosi, e poi per altri 567, per allargarlo a 121 carceri e sezioni dove voleva far trasferire 5mila detenuti di mafia. «Ma egli ha rifiutato di firmare, seguendo due pareri contrari al mio. [...] Con ciò confermandosi, documentalmente, che sulla via della più intransigente risposta del carcere alla criminalità organizzata io ero più avanti del ministero e dello stesso ministro». Al successore di Martelli, Giovanni Conso, Amato chiese un inasprimento del 41bis per bloccare tutte le comunicazioni dei detenuti e depotenziarne il prestigio: collegamenti audiovisivi al posto dei trasferimenti in aula (come poi avverrà otto anni dopo) e controlli audio-video nei colloqui (come stabilito sedici anni dopo).

«Ho, quindi, il diritto di chiedere quante comunicazioni illecite e quanti delitti sarebbero stati evitati se la mia proposta del marzo 1993 non avesse dovuto attendere tanti anni prima di diventare legge dello Stato; e di chiedere se la disattenzione o l’intenzionale disinteresse che hanno, purtroppo, accompagnato tale proposta comportino una responsabilità soltanto politica e morale o anche di rilevanza giuridica». Amato dice di essere stato tra i pochi, se non l’unico, a non aver mai ceduto alle volontà dei boss: «Fino al 4 giugno del 1993 nessun detenuto di mafia di un certo livello si è sottratto al regime del 41bis e nessuno dei decreti 41bis emanati è stato revocato o lasciato decadere».

Un altro punto a favore degli inquirenti sulla trattativa Stato-Mafia, è la lettera che i familiari dei mafiosi hanno inviato all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Ma di quella lettera, continua Amato, «nessuno mi ha mai informato». Inoltre solo recentemente Amato è venuto a sapere che Scalfaro, ricevuta la lettera, convocò monsignor Curioni, capo dei cappellani carcerari, e monsignor Fabbri, suo segretario, «per comunicare che la mia permanenza al Dap doveva aver termine, invitandoli ad aiutare Conso a scegliere il mio successore». Perché, si chiede Amato, decise Scalfaro la sostituzione e non il Consiglio dei ministri? «È un fatto – l’ennesimo – che dopo solo tre mesi dall’arrivo del papello di Cosa nostra, e pochi giorni dopo la richiesta di intervento dei due cappellani, io sono stato sostituito con Capriotti» a cui venne imposto come vice Francesco Di Maggio, grande amico del capo della polizia Vincenzo Parisi, «senza grado e senza esperienza in materia penitenziaria ma vicino ai servizi segreti».

L’ultimo dei fatti raccontati dall’ex direttore delle carceri si riferisce alla nuova politica penitenziaria, molto più soft dopo il suo defenestramento, che ha ridotto da 1.300 a 400 i detenuti in 41bis. Amato denuncia l’occultamento di «cinque appunti del Dap» da giugno a dicembre ’93 con le nuove linee guida.

Nel biglietto inviato il 26 giugno 1993 al Quirinale, si puntava a non rinnovare i 41bis emanati dal Dap, a procrastinare solo quelli per «detenuti di particolare pericolosità» per evitare di «inasprire inutilmente il clima negli istituti di pena» in modo da lanciare «un segnale positivo di distensione». A chi era diretto il segnale, si domanda Amato. Su un biglietto c’era scritto «l’onorevole ministro è d’accordo». Molto probabilmente perché avevano a che vedere con le riserve del capo della polizia (come riferito da Capriotti nell’audizione in commissione Antimafia) e del Viminale sul 41bis. Di fronte alle evidenze, chiosa Amato, come può l’ex ministro Conso sostenere d’aver fatto da solo all’insaputa del Dap? «Quali altre iniziative o responsabilità il ministro ha inteso coprire con la sua generosa, ma inesatta assunzione di una “piena responsabilità” diretta e personale?». E continua: «Mi ero sempre chiesto perché mai Conso sviasse il discorso e non volesse pronunciarsi sul mio appunto del 6 marzo 1993 (dove chiedeva spiegazioni sulle riserva di Parisi e il Viminale, ndr) nonostante glielo avessi consegnato personalmente. [...] Solo ora capisco il drammatico imbarazzo che ho cagionato, proponendo, pochi giorni dopo la lettera di Cosa nostra, addirittura un inasprimento del trattamento penitenziario per i suoi detenuti. Giacché Conso non poteva certo dire di no a una richiesta di maggiore severità nei confronti della criminalità organizzata. Ma non poteva neppure dire di sì, stante la preoccupazione – a me ignota – di non accentuare ulteriormente lo scontro aperto con la lettera appena arrivata». Ma l’ex ministro non ne ha fatto cenno: «Conso ha scelto il silenzio, lasciando l’appunto nel cassetto».

Nicolò Amato chiama in causa anche Gaetano Gifuni, segretario generale sotto Scalfaro e Ciampi. «Come fa chiaramente intendere Gaetano Gifuni, tutti sapevano che ciò sarebbe equivalso a buttare la lettera là dove meritava di finire, nella pattumiera».

Gifuni è stato interrogato a Palermo, ma afferma di non sapere i motivi per cui Amato venne sostituito, anche se «caratterialmente veniva considerato spigoloso e non particolarmente collaborativo». Amato però nega quest’ipotesi: «Difficile che Gifuni, così vicino a Scalfaro e Ciampi, non conosca la vera ragione della mia destituzione. [...] Si è trattato di una motivazione inconfessabile, che nessuno, pur conoscendola, rivelerebbe, per pudore o vergogna, preferendo, come qualcuno ha già fatto, di portarla con sé nella tomba (l’ex presidente Scalfaro, ndr)». E «per un meccanismo dell’inconscio che avrebbe reso felici Freud e Reik, Gifuni, mentre dice di ignorarla, in realtà, rivela, sia pure in una forma allusiva destinata a smorzarne l’impatto dirompente, la vera ragione della mia destituzione, identificandola nella mia indisponibilità a collaborare con chi mi avesse chiesto cedimenti, rinunce o compromessi. Occorreva solo mandarmi via, subito, in silenzio».

About Giacomo Lagona

Si occupa di comunicazione politica sul web. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. @giacomo_lagona - www.thereport.it - g.lagona(at)lthereport.it